La Repubblica mi delude e il centro-sinistra mi preoccupa

Dopo aver letto l’editoriale di Eugenio Scalfari ieri su Repubblica mi preoccupa un po’ il futuro del centro-sinistra.

La Repubblica, voce tra più autorevoli della sinistra italiana, sembra un po’ aver perso una linea editoriale capace di leggere la realtà italiana per come è, e non per come le piacerebbe descriverla.

Attaccare i sindacati come Scalfari ieri ha fatto è, giornalisticamente provocatorio, certamente insensato. Rispetto ai vari movimenti dei forconi infiltrari dalla mafia, alle proteste anche violente di camionisti e tassisti, alle lamentele di chi fino ad’ora ha vissuto in mercati protetti… attaccare i sindacati sembra un po’ come volersela prendere con loro per sfizio.

Gli stessi sindacati che “si sono mandati giù” la riforma delle pensioni con tre ore di sciopero.

Rappresentarli come sindacati barricaderi e non preoccupati dell’interesse generale o è malafede o è un errore.

E Repubblica mi delude un po’ anche oggi, quando presenta la soluzione per la riforma del lavoro come un escamotage capace di salvare “capra e cavoli”: eliminare l’art. 18 per i neo-assunti mantenendolo invece per chi è già a tempo indeterminato.

Non si coglie allora bene il problema, o forse non lo si fa coscientemente.

La difesa dell’art. 18 non è fatta per questioni clientelari-elettorali del tipo “difendiamo il nostro elettorato che ha questo privilegio”. La difesa è fatta in ragione di un valore sindacale, meglio un diritto, che si ritiene importante. Certo la consapevolezza della situazione economica che si sta attraversando ci rende realisti nei confronti di un mercato, quello del lavoro, profondamente in sofferenza e che ha necessariamente bisogno di cambiamenti. Farlo incentrando tutto sulla flessibilità in uscita non mi sembra possa definirsi molto progressista.

Ed è un peccato. E’ un peccato che il centro-sinistra italiano si divida tra una demagogica frangia liberista (che di solidaristico sembra aver perso ormai tutto) e un altrettanto demagogica sinistra che aspira continuamente ad un’ipotetica rivoluzione, o ad un’ipotetico passato, incapace di formulare proposte per il presente ed il futuro se non un banale e ripetuto mantra di “cambiamento radicale” che non si esplicita mai concretamente, un semplice pour parler molto ben raccontato e affascinante.

E il Pd è lì… tra due fuochi… tra un governo di cui non siamo l’azionista di maggioranza e una società, a cominciare da quella che ci guarda con interesse, che si aspettava dal dopo Berlusconi un’uscita democratica e progressista. Che ci siano soluzioni semplici per uscire da quest’empasse è falso. Costruire però una coalizione e una leadership capace di competere per la guida del paese alle prossime elezioni, che necessariamente arriveranno, ci farebbe naturalmente guadagnare una capacità di influenza in un governo, da noi sostenuto responsabilmente, ma senza il quale però fatichiamo a sapere con chi stare e con chi andare, alle elezioni e al governo.

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